I due Papi

Da vedere su Netflix: I due Papi

La verità può essere vitale, ma senza l’amore è insostenibile.

Questo è ciò che il cardinale Bergoglio dice a Benedetto XVI al termine di un forte “scambio di confessioni” all’interno della sacrestia della Cappella Sistina. Certo, qui la frase viene attribuita all’enciclica del pontefice tedesco “Caritas in veritate”, ma al suo interno non si trova questa formulazione esatta, seppur ce ne siano alcune molto simili.

“I due Papi” si dice ispirato a una storia vera, ma va colta con precisione quale sia questa storia vera: si tratta degli avvenimenti dei primi mesi del 2013, tra le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione di Francesco. Tutto ciò che, della narrazione, gira attorno a questo punto focale non è effettivamente corrispondente a verità.

È una sorta di come se, una costruzione onirica che trasporta in una dimensione plausibile forse, sì, ma nella quale – come in ogni sogno che si rispetti – i legami con la realtà sono allentati.

Diretto da Fernando Meirelles su sceneggiatura di Anthony McCarten, autore del dramma teatrale “The Pope” da cui è tratta questa trasposizione cinematografica, il film si apre con un lungo flashback che comincia con la morte di Giovanni Paolo II e il successivo conclave che vede salire al soglio pontificio Joseph Ratzinger. Siamo nel 2005 e già in questa occasione si crea un primo incontro-scontro tra lui e il cardinale argentino, che appare come l’unico vero avversario della schiera dei conservatori.

Insomma, una partenza che mi fa sobbalzare sulla sedia, perché mi sembra di assistere all’ennesima edizione di “Ratzinger-cattivo vs Bergoglio-buono” .

Chiaro, i caratteri dei due pontefici sono diametralmente opposti, difficile non notarlo. Eppure Bergoglio viene reso in modo più simile al vero, mentre Ratzinger viene dipinto come poco umile, tendente al nervosismo e alla solitudine quasi eremitica. Ricorrente è l’appellativo di “nazista”, che appare persino in alcune immagini di repertorio che, in alcuni momenti, si alternano al girato.

Questo mi ha amareggiata non poco, soprattutto perché porto con me una definizione di Benedetto XVI (datami da un vescovo) che ha sempre contenuto, nella sua semplicità, la sua essenza umana e che, nel corso degli anni, si è rivelata anche estremamente profetica: è un agnello. (Non serve essere esperti di teologia per cogliere quanti significati e quante dinamiche si nascondano dietro a questo termine.)

La forte scissione tra i due, con il procedere della storia, sembra però ammorbidirsi pian piano e gli scontri dottrinali lasciano il posto alle confidenze personali. Interessanti e ben inseriti nel contesto sono i flashback (nel flashback) della giovinezza del futuro papa argentino, dalla vocazione al periodo della dittatura di Videla, riferiti perlopiù a eventi biografici, ma con qualche cedimento anche in questo caso a fatti non verificati e congetture errate, come l’invio di Bergoglio in una sorta di esilio punitivo per aver cooperato con il regime. Poco plausibile o quantomeno esagerata mi sembra anche l’autoaccusa che Ratzinger fa a se stesso in riferimento al gravissimo caso di abusi da parte di Padre Marcial Maciel Degollado, mentre mi appare del tutto insostenibile l’investitura di Bergoglio a suo successore, come se si potesse bypassare il conclave con uno schiocco di dita.

Tolte tutte le varie finzioni narrative – o perlomeno accolte nella loro irrealizzabilità effettiva – posso però dire che “I due Papi” mi ha emozionata più volte, soprattutto nella lunga sezione del dialogo nella Sistina. Da credente ho trovato molto intensa e realistica (almeno per quanto riguarda la mia esperienza personale) la resa della confessione, che spesso ci hanno indotti a ritenere un mero elenco puntato dei nostri peccati che a sua volta Dio spunta uno ad uno, mentre in realtà è molto più di questo.

E non importa se si è il Papa o un essere umano qualsiasi: mettersi in ascolto di se stessi e affidare a qualcuno che ci sta vicino – quaggiù, ma anche da qualche parte lassù – tutti i grovigli che ci portiamo dentro è qualcosa di cui qui risalta tutta la bellezza (ma anche l’enorme difficoltà).

La regia di Meirelles ha il pregio di riuscire a far entrare lo spettatore dentro il racconto: l’impressionante somiglianza fisica di Anthony Hopkins e soprattutto di Jonathan Pryce, le inquadrature, la ricerca dei dettagli e l’uso sapiente della fotografia sembrano attirarlo all’interno dello schermo per farlo diventare una sorta di terzo che passeggia o si siede assieme ai due protagonisti, restando silenziosamente in ascolto delle loro parole.

Ecco la dimensione “altra” del sogno, quella che slega dalla realtà e lascia aperto lo spazio all’immaginazione, ma anche alla riflessione. Senza però disancorarsi totalmente dalla verità.

Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta.

Caritas in veritate, 3

“I due Papi” è disponibile su Netflix.
Se non vi bastano le parole, sbirciate il trailer.

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