il lombardia 2019

Un po’ di tutto | Il Lombardia 2019

La strada verso Como è caotica e lenta come sempre in quelle poche volte che l’ho percorsa – ma è sempre così, mi dicono. È un altro di quei luoghi a cui faccio fatica a dare un’interpretazione, anche se in centro mi so orientare.

C’è una lunghissima fila di gente in coda agli imbarchi dei battelli che ci guarda in modo strano, quasi fossimo alieni che aspettano chissà cosa. Al di là delle ringhiere il lago luccica, mentre il suo odore più che familiare mi invade le narici. Cambia il tempo, si dice, quando lo si sente. Di sicuro non piove, ma è vero che le nuvole fanno a gara per coprire il sole. Al lago basta poco per rilasciare la sua essenza.

Cambia il tempo e qui finisce un’altra stagione.

L’irrequietezza la sento tutta nelle gambe, ho bisogno di muovermi. Percepisco forte quel senso di attesa, pieno zeppo di tutte le ultime speranze, e di quella malinconia che è addirittura più brutta quando ti prende prima ancora che venga scritta la parola fine in fondo a tutto.

Scelgo un angolo buono per aspettare il primo passaggio della corsa in città, di fronte a una piccola chiesa arroccata sulla parete rocciosa che sale già dritta verso il cielo, su queste sponde che sono quasi peggio delle nostre. Sbircio le persone che pian piano riempiono la via e penso che siano le migliori frecce direzionali esistenti al mondo.

È difficile sbagliarsi, quando c’è l’amore a indicarci la strada.

Sembriamo dei bambini, abbarbicati al box dei giornalisti a guardare la corsa che scoppia sul Civiglio – probabilmente potremmo anche entrare, ma inconsciamente preferiamo sentirci di nuovo piccoli infilando gli occhi e le dita tra le sbarre di metallo come se fosse tutto quanto un gioco.

C’è Mollema davanti, da solo. È bastato quell’attimo – proprio quello che ti frega e non lo ritrovi più. Ci prova qualcuno, anche Valverde, ma è troppo tardi.

Come la foglia che si stacca dal ramo e si ferma solo quando tocca terra. In mezzo c’è solo l’aria.

Bauke, le mani sul casco e un urlo gettato fuori per poterci finalmente credere, dopo averlo covato per lunghi e interminabili chilometri.

C’è della terra sui volti, l’hanno raccolta chissà dove, forse sul Sormano: un’ultima maschera tipica delle classiche. Qualcuno si accascia sul manubrio, altri tagliano il traguardo, girano la bici e scappano via nella luce dorata delle cinque del pomeriggio. Li seguo come si seguirebbe un fuoco fatuo che poi scompare all’improvviso, inghiottito dalla tendina del bus. Rimangono sull’asfalto le strisce d’acqua profumate di sapone delle docce che scorrono e lavano l’ultimo sudore dell’anno, le valigie a bordo strada e i meccanici che sistemano tutto il resto con le solite mosse, solo un po’ più morbide.

Mi guardo intorno nell’aria carica di arrivederci e sento le lacrime pungermi gli occhi. Sentimentale, come sempre.

Mi vengono in mente frasi sconnesse di canzoni di Van De Sfroos, mentre torno indietro camminando sotto gli alberi, sopra le foglie morte. Sembriamo tutti fatti di niente, ma abbiamo fatto un po’ di tutto.

E suta sta pianta gigaant
parum tucc faa de nagot

ma hemm faa un poo de tutt.

Crusta de platen, Davide Van De Sfroos

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