Sprazzi | Coppa Agostoni 2019

Guido nell’alba che riempie i prati con le prime nebbie. Guardo di sottecchi verso gli alberi sperando di veder spuntare qualche cerbiatto – ogni tanto succede – ma stavolta non ho fortuna.

Sono cose come piccoli miracoli, sprazzi di bellezza capaci di farci sentire un tutt’uno con il mondo attorno.

Fa caldo e io ho già capito alle sette del mattino di aver sbagliato a scegliere cosa indossare per questo sabato di un settembre perennemente indeciso. Osservo le finestre del museo dedicato ad Alfredo Binda, proprio sopra la stazione: è chiuso per il 99% dell’anno, ma anche così mi dà quella sensazione di buon auspicio ogni volta che parto da Cittiglio, come se io e lui custodissimo il segreto di una passione riservata a pochi.

Due mesi senza corse mi hanno fatto un po’ perdere la bussola. Giro tra i bus quasi incredula di essere di nuovo qui. Va tutto talmente con calma che benedico questa lentezza che sembra prendermi per mano e riportarmi a casa senza scossoni. Quasi non so chi stia per partire, ma poi comincio ad incrociare i volti più familiari e i primi saluti al volo, il mio benvenuto – o bentornato – preferito.

La Brianza ci riprova a farsi decifrare. È uno di quei luoghi che si lasciano conoscere con calma, o, forse, con fatica. I colli, i campi, i paesini e le case vecchie. Due carabinieri che accettano una tazzina di caffè da una signora che glieli porge dalla finestra. Istanti come quelli dei cerbiatti al limitare del bosco. Momenti sacri.

Mi aspetto di veder apparire qualcosa persino sul Lissolo, ma ci sono troppi esseri umani perché possa accadere. Una strada che è uno di quei saliscendi maledetti che qui sembrano essere un po’ dappertutto. I raggi del sole tra le foglie disegnano i lineamenti dei corridori, fanno brillare i muscoli tesi nello sforzo, cominciano quasi ad essere a quell’altezza che abbaglia e non si riesce ad evitare.
Inspiro forte l’odore del verde e dell’umido che si mescola a zaffate di griglia portate dall’aria.

Se dovessi trovare il nome per questo profumo, potrebbe benissimo essere eau de la course. Probabilmente non lo spruzzerei mai sulla pelle, ma servirebbe giusto a ricordarmi di cosa sa, per me, il ciclismo.

Alexsandr Riabushenko ha gli occhi color ghiaccio – o fiume di montagna, di quell’azzurro che tende verso il bianco. Spiccano forte nel suo viso, li ho così tanto in mente che solo riguardando le fotografie mi rendo conto di non averglieli visti, celati come sono dietro le lenti colorate. Ha un sorriso così ampio e felice che il mio cervello gli ha accostato anche il sorriso degli occhi – perché sono certa che stessero sorridendo.

Per la gioia sorride ogni centimetro del corpo, anche quello più stanco.

Dopo il traguardo la luce si fa più morbida e calda, quasi una carezza che ci dice con dolcezza che anche questa giornata sta per terminare. Improvvisa mi arriva, dritta alle narici, la fragranza dell’osmanthus: adesso sì che è davvero settembre.

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