Da leggere: Pollyanna – Eleanor Hodgman Porter

Tanti di noi ricordano sicuramente la sigla del cartone animato, o quantomeno il ritornello del brano cantato da Cristina D’Avena, ma quanti possono dire di aver letto il romanzo di Pollyanna o addirittura il suo seguito, Pollyanna cresce? Chi lo ha fatto, comunque, avrà senz’altro colto le grosse differenze con la serie giapponese, decisamente dai toni più tragici rispetto alla storia originale.

Pubblicato nel 1912, si tratta di un libro relativamente breve ma piuttosto intenso e denso di emozioni. L’esuberanza della piccola Pollyanna è il filtro attraverso cui si legge ogni altro personaggio, a partire dalla fredda zia Polly che la accoglie in casa dopo la scomparsa dei suoi genitori.

O, più semplicemente, è ciò che risolve nel modo migliore ogni carattere più o meno complicato che incrocia la sua strada.

Tutto merito del gioco della contentezza, che la bambina ha imparato dal padre e che si mette ad insegnare a tutti quelli che incontra, spronandoli a cercare la minima goccia di buono in qualsiasi cosa, specialmente in ciò che appare irrimediabilmente brutto e triste. Ecco come la cameriera Nancy, Mr. Pendleton, Mrs. Snow, il dottor Chilton e molti altri si prendono a cuore la piccola orfana.

Vedi, se ti sforzi di farlo sempre, finisce che alla fine ti ritrovi a essere felice e vedere il lato buono di ogni cosa senza neanche accorgertene.

All’inizio sembra quasi petulante, con la sua insistenza che in realtà poi si percepisce benissimo essere semplicemente il riflesso della spontaneità di una bambina di undici anni, ma in tanti saranno così grati a Pollyanna che, quando toccherà a lei essere in difficoltà col gioco, ricambieranno il favore, re-insegnandoglielo. E lo faranno con una naturalezza tale da restituirle tutta la gioia che le era venuta a mancare e, addirittura, abbattere definitivamente tutte le barriere innalzate dalla zia nel corso degli anni.

Segno che tutti i muri interiori che ci costruiamo sono destinati a creparsi e a crollare, prima o poi. Che non c’è dolore che tenga, perché la voglia di vivere è più potente e, soprattutto, straripa dagli argini che ci si impone, forse per evitare di sentire e sentirsi.

– Ma, zia Polly, non mi hai lasciato neanche un minuto per vivere!

– Vivere? Che cosa vuoi dire? Come se tu non continuassi a vivere in ogni caso.

– […] Per “vivere” io intendo fare le cose che uno desidera: giocare all’aria aperta; leggere, da sola, naturalmente; salire in cima alla collina; parlare con Tom e Nancy in giardino; e poi imparare a conoscere le case e le persone e tutto ciò che ho potuto scorgere per le strade, arrivando qua ieri. Ecco quello che secondo me vuol dire vivere. Respirare soltanto non è vivere!

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