Da ascoltare: Faber Nostrum

Uno dei primi dischi che ricordo di aver ascoltato fino alla nausea, da bambina, apparteneva a una serie di compilation dedicate ai cantautori italiani. Conteneva Bocca di rosa, di cui allora – ovviamente – non comprendevo bene il significato, ma ne apprezzavo già la musicalità. Fabrizio De André, per me, era quella canzone lì e tale è rimasto per molto tempo. Solo negli ultimi anni ho iniziato a riscoprirlo e ad approfondire pian piano il suo repertorio.

Quando ho letto dell’uscita di Faber Nostrum, perciò, mi sono subito incuriosita. A maggior ragione perché si tratta di una raccolta di cover realizzate da artisti appartenenti al mondo indie che hanno scelto, reinterpretato – e in qualche caso addirittura riscritto – quindici brani storici di De André. Si passa da quelli più noti al pubblico – grazie anche al passaggio all’ultimo Festival di Sanremo, come gli Zen Circus, Motta o gli Ex-Otago – a quelli magari meno conosciuti, ma molto amati da chi segue il genere, come i Pinguini Tattici Nucleari.

Il progetto è stato sviluppato da iCompany in sinergia con la Fondazione De André ed è stato sostenuto in primis da Dori Ghezzi. Essersi resi conto che molti giovani ascoltano i brani di Faber sulle piattaforme di streaming è stato uno dei principali motivi che hanno portato alla genesi di questa idea, per certi versi addirittura rischiosa: per alcuni, infatti, Faber è uno di quegli artisti talmente inarrivabili che guai anche solo a sfiorarli col pensiero.

Ma esiste davvero qualcuno di così intoccabile?

Di principio, secondo me, no. Non è mai una scommessa di facile esito avvicinarsi ad artisti diventati ormai leggende, ma provarci è sempre un’avventura, sia per chi lo fa sia per chi ne fruisce.

Ma tu che vai, ma tu rimani,
vedrai, la neve se ne andrà domani.
Rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Inverno

I Ministri danno a Inverno un’atmosfera dolce e malinconica insieme, Gazzelle trasforma la fiaba di Sally in una storia in chiave pop, Appino e gli Zen Circus fanno intensamente propria Hotel Supramonte. Fiume Sand Creek, interpretata dai Pinguini Tattici Nucleari, è per me uno dei pezzi più belli dell’intera raccolta, insieme alla versione di Motta di Verranno a chiederti del nostro amore – non per niente due dei brani che ascolto più frequentemente.
Interpretazione molto particolare e interessante è quella de Il bombarolo, che Willie Peyote ha completamente riscritto anche nel testo, rendendo il brano contenuto nel concept album Storia di un impiegato ancora più attuale.

Per strada tante facce non hanno un bel colore.
Qui chi non terrorizza si ammala di terrore.
Di paura trasuda il televisore,
la paura è la briglia dell’elettore,
però questa paura è un po’ meschina, in effetti
si concentra solo su certi gruppetti.
E io sono tranquillo, non desto sospetti:
da uno così bianco tu non te lo aspetti.

Il bombarolo

Qualche altro pezzo è più o meno riuscito – come Cantico dei drogati, che non mi ha convinta particolarmente – ma nel complesso si è trattato di un lavoro che mi ha colpita favorevolmente, consentendomi di scoprire nuovi artisti e di avere conferme su altri che già seguo da un po’. E se comunque persino Dori si è rivelata favorevole a rivisitazioni che comportano scelte coraggiose e quasi spericolate, perché dovremmo chiuderci noi stessi sotto la campana di vetro con l’intenzione di conservare intonse cose che possono ancora dare molto?

Sotto quella campana, alla fine poi, manca l’aria e non si riesce più a cantare.

Per ascoltarlo, qui sotto.
(Consigliatissimo.)

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