Luce | Milano – Sanremo 2019

La luna piena mi accompagna mentre guido verso la stazione. Dal treno, poi, scorgo l’alba che spacca l’orizzonte, prima piano e poi all’improvviso. È mattino presto, di quel presto che mi butta giù dal letto solo per gli esami universitari o per una gara di ciclismo.

L’aria è carica di promesse, in questi primi giorni di primavera. Profuma di fiori e risuona di cinguettii allegri. Persino a Milano. È uno di quegli attimi in cui mi scordo che è una metropoli carica di gente che corre sempre e non si ferma mai. Milano è una città bistrattata dalla fretta.

Guardo il Castello, appoggiato sulla sua collinetta – ormai mi è familiare come un angolo di casa – con il foglio firma davanti all’ingresso. Arrivarci è come scalare un piccolo GPM, a piedi o in bici poco importa.

La luce di questa mattina mi piace, è calda e tagliente e mi ricorda tantissimo quella di ottobre.

La stagione della fine e la stagione dell’inizio si assomigliano nella luce.

Già so che, quando ripenserò a oggi, la prima cosa che mi verrà in mente sarà proprio questo colore caldo e saturo, persino all’ombra. Tant’è che me lo appunto sul quadernino che mi porto dietro.

Ho addosso anche una stramba voglia di silenzio, mi assale non appena intorno a me comincia il consueto caos. Vorrei che tutto ciò che è amplificato tacesse, per una volta, anche se ovviamente è impossibile. Per fortuna ho imparato a escludere dalla mia percezione questo sovrappiù, talvolta anche inconsciamente.

Forse perché sono sempre così totalmente dentro a questo tutto che, nonostante le migliaia di persone attorno, sono sola con il ronzio delle biciclette, con i ragazzi che mi salutano anche quando non mi conoscono, con le mie ginocchia piantate a terra sul gran premio della montagna del Castello e la gente che urla sopra la mia testa quando passano Sagan, Valverde, Nibali, Viviani e tutti gli altri.

Benedico questa bolla che mi tiene dentro e fuori dalla realtà nello stesso tempo.

Via Roma è un pensiero lontano, ma ben presente nella mia memoria, messo là in fondo alla Liguria. Sarà quasi l’ora del tramonto quando si taglierà la linea bianca e non ho dubbi: la luce sarà ancora obliqua e calda come quella del mattino. Da qualche parte avevo letto una frase che descriveva un giorno di marzo come un concentrato di primavera, estate e autunno. Di nuovo, l’inizio e la fine si assomigliano.

Faccio una seconda colazione con un marocchino e una brioche al cioccolato, pranzo con un gelato al gusto di rosa – il primo dell’anno. Fuori dalla gelateria mi imbatto in una di quelle poesie sparse negli angoli della città. E non fa niente se è mezzogiorno e i versi parlano di sera o se l’inchiostro della penna traccia vie virtuali su questa pagina bianca altrettanto virtuale.

Come ogni casualità imprevista, è perfetta.

E poi parcheggio

le mie pupille

qui

dove l’alfabeto riecheggia

di melodie annotate

in un taccuino solenne

tra i vicoli

della sera

e i boulevards

di questo inchiostro.

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