Strade Bianche 2019

Di sangue e terra | Strade Bianche 2019

Esco di casa e qualcosa attira il mio sguardo: è un guscio d’uovo finito sul vialetto chissà da dove. Piccolo, bianco ma impolverato, ammaccato in qualche punto. Al suo interno si intravede ancora un po’ di sangue.

Strade Bianche 2019

La corsa è finita da poco e nella mia testa, imbattermi in quel guscio mi sembra una cosa che può accostarsi benissimo a ciò che accade in giorni come oggi, dove terra, sangue, bici, vita diventano un tutt’uno. Dove la primavera inizia a farsi strada, l’aria è più tiepida – forse ben più calda, nella campagna toscana – e i cieli sono ancora indecisi, col sole che va e viene e a tratti invade di luce tutto quanto.

È la stagione del (ri)nascere.

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Fonte: © Russ Ellis – @cyclingimages

Si alza la terra chiara, nelle crete senesi, al passaggio delle donne prima, degli uomini poi. Si alza e finisce in ogni anfratto libero che riesce a trovare, si respira, si mangia. Dust for lunch. Polvere per pranzo.
Chi fora, chi cade e si porta dietro il sangue fino alla linea bianca.
Sangue e terra, dicevamo.

Annemiek mastica tutto da sola, morde questa corsa come al suo solito, con la sua dannata e bellissima voglia di dimostrare che nulla può frapporsi tra lei e un sogno. Meglio ancora, tra lei e la vita stessa.

Alaphilippe e Fuglsang spiccano un volo a due, giocando a rincorrersi e a stuzzicarsi in un modo che sembra talmente leggero da non far percepire quanta fatica ci sia in realtà nelle gambe, con i muscoli che bruciano e i crampi dietro l’angolo.

Fanno come le rondini che tornano a dirci che una nuova stagione è qui e ci si perde a guardarle, senza pensare a quanto possa essere stato duro il loro viaggio di ritorno.

Van Aert ha il coraggio di insidiare questa specie di ballo di coppia, ma non basta – sa il cielo quanto vorrei spingerlo oltre quel maledetto limite che ancora non si lascia superare completamente, una di quelle linee invisibili che si comportano come un elastico al contrario: prima ti slanciano avanti, poi ti costringono a restare indietro. A mordere polvere, a sentire il sangue che pulsa in ogni angolo del corpo.

Anche se poi, alla fine, Piazza del Campo abbraccia tutti. È luogo che conosce bene cosa significhi patire, gioire, festeggiare, consolare. C’è un vincitore, ma non ci sono vinti. Il suo selciato, duro di secoli, appare come il più morbido dei tappeti, per chi vi si lascia cadere senza più una briciola di energia. Alla luce tagliente del primo tramonto, mi sembra proprio come quel guscio rotto trovato per caso sul vialetto di casa: ciò che contiene e insieme ciò che rimane, al termine dell’ennesima battaglia.

Segno di una vita che mischia il sangue alla terra e che chiede di battersi dal primo all’ultimo respiro.

Strade Bianche 2019

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