Da ascoltare: Egypt Station – Paul McCartney

Lo ammetto: su Egypt Station ci sono capitata per caso. In genere si dice che i libri attirino qualcuno per la copertina, stavolta a me è toccato lo stesso, ma con un disco. Quello di Paul McCartney, settantasei anni e ancora tanta voglia di suonarci e cantarci qualcosa – perché lo sappiamo che l’ispirazione, alla fine, non è soggetta a pensionamento. Soprattutto quella di un personaggio come Macca.

Perché rimettersi in gioco, ancora? – gli chiedono in un’intervista.

Me lo dimentico sempre. Come le donne che partoriscono, affrontano un enorme dolore e poi dicono “Amore, facciamo un altro bambino”. Io ho diciassette bambini e ne voglio già un altro. Mi piace ciò che faccio e mi è sempre piaciuto.

https://www.nme.com/nme-big-read-paul-mccartney-beatles-brothers-arguing-thats-families

La copertina, dicevo, è ciò che mi ha incuriosito: colorata, particolare, dà l’idea di un quadro un po’ pop art, un po’ moodboard di viaggio. In effetti l’artwork deriva davvero da un quadro dello stesso McCartney, intitolato proprio Egypt Station.

Egypt Station - Paul McCartney

Titolo e tema dell’album vengono da qui: si parte da una stazione e si continua per altre quindici, ognuna diversa ma tutte quante fermate di un unico viaggio. Un caro, vecchio concept album, si potrebbe dire, eco di una filosofia musicale nata negli anni ’40, ma che ha visto il suo boom vero e proprio negli anni ’60-’70, con i Beatles stessi tra gli autori di uno dei più fortunati concept di tutti i tempi: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
Per Paul si tratta, quindi, di una sorta di recupero di una tradizione alla quale conferire un ampio respiro, rendendola attuale ma, nello stesso tempo, conservando alcune sonorità tipiche di “quel mondo là”.

Il risultato è realmente una lunga traversata attraverso mondi diversi ed eterogenei. C’è il sound carioca di Back in Brazil, dove vive una ragazza che sogna il futuro e un mondo decisamente migliore – a far far better world.
Ci sono rock e folk, con una Caesar Rock e la voce graffiante di Paul che gioca a fare lo strumento tra gli strumenti in quella che, alla fine, diventa una jam session messa lì come per giocare. Curioso il testo che dice She’s a rock, mentre la parola Caesar non compare mai: un altro gioco, questa volta di assonanze.

Non mancano brani più sentimentali, come Happy with you che parla di felicità ritrovata o la bellissima ballad Hand in hand, una dichiarazione d’amore che contiene, intenso, il desiderio di essere e rendersi felici a vicenda.

Camminare attraverso la vita tenendosi per mano.

Let me into your light
Wanna show you my passion
We can make each other happy if we get it right
Hand in hand
Walking through life and making our plans

E non posso non menzionare People want peace, un pezzo senza tempo, con un significato perfettamente valido tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Una sorta di appello alla pace rivolto a chiunque, nessuno escluso, perché non è ancora troppo tardi e ci siamo dentro tutti quanti – forse una di quelle canzoni belle e forti che rischiano di passare inosservate? Spero di no.

Ci sarebbe davvero molto altro, ma la varietà di stili è talmente ampia che l’unica maniera per conoscerla tutta, nelle sue molte sfumature, è mettersi comodi ad ascoltare.

Magari proprio durante un viaggio in treno, canticchiando qua e là, guardando fuori dal finestrino.

We can start to begin
Living in the world we live
This is it, here and now
We can find our way
Somehow

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