Felix felicis | Giro d’Italia 2018 – Abbiategrasso

Fuori dal finestrino del treno scorrono i prati zeppi di papaveri rossi e di campanule bianche, il sole è già caldo fin dalle prime ore del mattino e io ho addosso troppi vestiti: è il primo giorno di maggio in cui si sente davvero la primavera che vira già verso l’estate e, o non volevo credere che fosse possibile, o semplicemente non me lo aspettavo più.

Mi sento leggera e non so se sia l’eccitazione o se nel profondo io sappia già che questa giornata sarà bella e piena. È come se avessi bevuto una Felix Felicis.

Il Giro, in fondo, ha qualcosa di magico: trasforma città, strade e persone.

Ad Abbiategrasso non sono mai stata, eppure così, tutta piena di rosa, mi sembra bellissima. Con me c’è una coppia di danesi incontrati per caso a Porta Genova: sono partiti per Milano decidendolo solo il giorno prima, una follia fatta solo per respirare l’atmosfera di un Grand Tour, anche solo per mezza giornata. Come se dal Nord Europa a Milano ci fossero pochi chilometri, ma in fondo, se c’è l’amore, non importa se siano due o duemila. È magia anche questa.

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Spuntano volti noti e nuovi e se ne concretizzano altri che conoscevo solo virtualmente. Abbiamo un po’ quell’aspetto da gruppo vacanze in attesa dell’aereo del ritorno, con gli zaini carichi e addosso ancora la voglia di prenderci tutto quello che possiamo prima di ripartire, senza troppi pensieri.

Un giro veloce tra i bus parcheggiati, con le persone attorno e i meccanici che iniziano a preparare le bici, sono tutti ancora insonnoliti. Qualcuno ha messo gli scarpini a rinfrescare all’interno del parabrezza, lì davanti alla tendina. Mi scappa un sorriso di fronte all’arte di arrangiarsi e ai suoi risvolti comici.

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Le grida della gente annunciano l’apparizione dei corridori ed eccoli, con il consueto zigzagare (non lo zigghe zagghe, quello è un’altra cosa più festaiola) nel mare stracolmo di uomini, donne e bambini di ogni nazionalità. Qualcuno si ferma per una foto, un autografo, due chiacchiere, qualcuno scappa via rapido con chissà quali pensieri nella testa. Lancio grazie silenziosi agli spostamenti d’aria che mi rinfrescano per un misero istante, non bastano a vincere il caldo spuntato fuori tutto d’un colpo, ma pazienza.

Lungo il viale si è creato un tunnel umano, i ragazzi ci passano in mezzo e si sentono acclamare tutti, uno ad uno. Anche Froomey, testa un po’ bassa e sorriso appena accennato, uno di quei timidi che fai fatica a decifrare davvero, ma che appare quasi più fragile che forte. La Maglia Rosa è un fulmine veloce, un fuoco fatuo che non so ancora se mi sia passato davanti per davvero oppure no.

 

Un buchetto risicato sotto ai portici strapieni è l’ultimo assaggio di Giro, prima di esser costretta a lasciarlo andare per la sua strada.

Lo sento, il tempo che sgocciola rapido fino al passaggio del gruppo. Poi più niente, la festa è già finita e abbiamo tutti i nostri chilometri da percorrere per arrivare alla meta. Noi ormai più tranquilli, loro sicuramente meno. Un sorso di fortuna liquida non farebbe male a nessuno. È il terzo giorno della terza settimana, la più dura per i primi come per gli ultimi. In entrambi i casi ci sono denti da stringere e gambe da supplicare.

Portatemi fino in cima anche oggi. Ho una maglia da conservare, una da provare a strappare, una vittoria da cercare, un tempo massimo da rispettare. L’importante è che voi siate con me.

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