Inferno | Paris – Roubaix 2018

– Non ce l’avevano detto, però, che sarebbe stato come entrare in un gigantesco frullatore.
– Come, non conosci già queste strade? Sei un veterano.
– Sì, le conosco. Ma le dimentico subito, non appena finiscono. Mia moglie dice che succede come con i dolori del parto: sono terribili, ma una volta che il bambino è nato non li senti quasi più, te li scordi. 
– Ah sì? E quanti figli hai?
– Tre.

Con un sorrisetto che non sai se ti ha solo preso in giro o no, schizza via come se fosse al galoppo e lascia dietro di sé il giovane alle prese con sua prima Roubaix. Bisogna risalire il gruppo, proteggere il capitano. Non c’è più tempo da perdere.

Una corsa così non perdona, per questo tutti sono fondamentali in squadra.
La fuga è ancora avanti, ma sicuramente la si va a riprendere. Sta spianando la strada al gruppo. Si fa per dire, ché a spianare quel maledetto pavé forse ci riesce solamente il fango. Qui, o hai le capacità di un funambolo o non riesci a resistere.

Paris - Roubaix

Ogni chilometro di pavé è davvero come un parto. Ci entri e soffri, non urli giusto per salvare le forze, ma vorresti farlo con tutto te stesso. Ne esci e respiri, ti dimentichi di quanto faccia male. 

Qualcuno ci cade sopra, non tutti si rialzano per ripartire. Chi ne è in grado si porta addosso la terra che la pioggia della notte scorsa ha rimescolato in un ultimo impeto di crudeltà. È l’inferno.

Tutti la odiano al punto da volerla correre ogni anno. Dietro a quell’odio, alla fine, c’è solo un’immensa mole di amore. È la Paris-Roubaix.

Là, in fondo al rettilineo, appare una cattedrale di alberi. Sembrano formare un tetto con quell’intrico di rami non ancora completamente verdi. Verrebbe da chinare il capo e chiedere una preghiera a quella strana chiesa fatta di alberi e persone assiepate lungo le sue navate. Ma l’unico modo per venerare questa striscia nera di carbone e verde di muschio è pedalarci sopra a più non posso, sentire il proprio corpo scosso dalle vibrazioni e le palme delle mani con le vesciche che si aprono come stimmate.

Inferno di dolore, la foresta di Arenberg.

Paris - Roubaix 2018 - Arenberg
Fonte: Paris – Roubaix Ph. Pauline Ballet

Chissà dov’è quel ragazzo di prima, uno dei suo compagni è davvero forte. Non si è più visto, ma certamente, lì in mezzo a quel mucchio, non è facile. Si deve contare il fiato. Le parole vanno centellinate tra ammiraglie, compagni, avversari. Si fatica a capirsi, il frastuono delle pietre scombina anche i pensieri, se non ci si sta attenti.

Il capitano ce li ha ben saldi in testa i pensieri, o forse no, li ha gettati tutti quanti al vento. Fatto sta che è partito e non lo vede più nessuno. Qualcuno andrà a riprenderlo o a provarci. Il gregario fa da stopper finché serve. Quando non restano più pesci grossi, si può lasciare andare – per modo di dire. Ballonzola sulle pietre che rimangono col cuore che fa su e giù anche lui. Sa che è una corsa che si decide solo all’ultimo, che il capitano è solo là da qualche parte e nessuno lo può più aiutare.

Paris - Roubaix

Ha macinato il Carrefour de l’Arbre come un trattore, dice l’ammiraglia. Sono rimasti in due, lui e un uomo della fuga che non si stacca nemmeno sotto tortura.

Perde il contatto radio, ma manca poco. Quando entra nel velodromo capisce perché: il capitano ha vinto. Il lavoro è stato fatto anche oggi, si può andare a lavar via il fango e la terra che si sono incollati ad ogni centimetro libero di pelle. Chissà dov’è quel ragazzo, se è arrivato oppure no.

Il dolore delle pietre si fa già più sordo. È nata un’altra Roubaix. Un inferno, sì, d’amore.

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