Da ascoltare: Oh, vita! – Jovanotti

Un concentrato di parole da ascoltare, districare e comprendere.

In questo aiuta la produzione di un certo Rick Rubin, che ha ridotto all’essenziale il suono di Jovanotti per esaltare parole di cui non comprendeva il significato. Ecco in cosa sta la lungimiranza di un grande, talmente grande che nessun artista italiano aveva mai osato chiedergli una produzione. Ma Lorenzo, che non si fa spaventare da una pedalata in solitaria lungo tutta la Nuova Zelanda, figuriamoci se teme uno come Rick Rubin.
Da tutta questa (folle?) esperienza è uscito fuori Oh, vita! – virgola e punto esclamativo voluti -.

C’è da dire che dal Jova non sai mai fino in fondo cosa aspettarti ed effettivamente il suo nuovo album ne è di nuovo la prova. L’electro-pop è praticamente un ricordo, sebbene qualcosa di elettronico si affacci ogni tanto: adesso siamo di fronte ad un mix tra l’acustico, il rap e il nostro italianissimo cantautorato.

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Da qui la mia preferenza assoluta per tutti i brani voce & chitarra (o poco altro di più), praticamente la metà della tracklist. C’è Sbagliato, il cui tema mi ricorda fin dal primo ascolto quello di un brano poco noto dei Pooh, Rock ‘n’ roll, (scusate se li infilo anche qui, ma vi fornisco la prova di quel che dico). Subito dopo viene Chiaro di luna, che è la canzone d’amore del disco, un brano che mi fa immaginare una notte d’estate, da trascorrere distesi su un prato o sulla sabbia ad osservare le stelle. È un po’ il contraltare romantico a Viva la libertà, altro pezzo dal sound estivo che sarebbe perfetto per un falò in spiaggia.
Ma in particolare, tra questi brani, vorrei consigliarvi Affermativo: l’accoppiata minima voce-strumento risulta perfetta per raccontare la storia di un giovane migrante che riesce a superare il mare in salita, forse uno dei pochi sopravvissuti ad uno dei tanti – troppi – naufragi, per poi scoprirsi, anche in Occidente, ospite di un mondo senza cielo, di un mondo chiuso. Da ascoltare e da meditare.

Perché l’identità e l’unicità sono fondamentali.

Anche se nel marasma, esisto, sono qui, non sono un fantasma.

Le altre canzoni hanno un mood diverso e anche modalità di creazione più particolari: prendiamo Navigare o Amoremio, l’una con una melodia tutta a base di synth e l’altra che al pianoforte stonato oppone l’autotune, come se a cantarla fosse un robot.

Saltano fuori a tratti l’hip hop, la club music e persino un po’ di reggae. Sperimentare a 51 anni: Jovanotti lo fa sembrare quasi normale. Persino quando decide di chiudere l’album con una suite di 8 minuti, Fame, tutto sommato un pezzo profetico che rivela la insaziabile voglia di fare di Lorenzo:

tenete bene sotto mira tutti quelli come me che hanno ancora fame, fame, fame.

Chiudo con il pezzo che dà il nome all’album e lo inaugura, Oh, vita!. Il video di questo primo singolo è stato girato nel quartiere in cui Jovanotti è cresciuto, vicino al Vaticano (suo padre era nella Gendarmeria), in pieno stile amarcord. Il brano ha un flow che cattura all’istante, il rap dei tempi migliori ricco di citazioni più o meno celate – compresa quella, evidentissima, di Lucio Dalla e la sua Futura – che si apre in un ritornello semplice quanto intenso:

Come posso io non celebrarti, vita? Oh, vita! Oh, vita!

A volte, più di tanti versi, basta una riga a rivelarci che, al di là di tutto, la vita è bella e va cantata, celebrata.

 

 

Per ascoltare Oh, Vita! 👇🏻

 

[Fonte delle immagini: Lorenzo Jovanotti Cherubini – Facebook]

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