Coraggio | Tour de France 2017

Sulle strade di Francia si corre da più di un secolo per lasciare un segno che vale da subito l’ingresso nella storia, come accade ogni volta che le ruote sottili delle biciclette incontrano l’asfalto, le pietre, la terra. Motivazioni diverse, sogni di anni, desideri da provare a realizzare per dimostrare qualcosa fosse anche solo a se stessi. Quanto coraggio ci vuole per provare ad essere eroi così. E se si è sfortunati, poi, il coraggio è doppio, perché per resistere, reagire, provare ad arrivare fino in fondo, serve un cuore da leoni.

Alberto accarezza il sogno di un’ultima maglia gialla, ma la crisi è di nuovo lì, maledetta, dietro l’angolo, e i minuti sull’orologio corrono troppo ancora una volta. Non gli resta che tentare qualche colpo di pistola dei suoi, danzare sui pedali con la sua proverbiale grazia, per strapparmi un sospiro di soddisfazione e malinconia insieme, perché ai Campi Elisi sussurra il suo adios al Tour.

Per qualcuno che saluta, c’è invece chi ha appena iniziato ad assaggiare il sapore vero della terra francese, diverso, ma forse non del tutto, da quello della Sardegna: sono entrambi dolceamari. Fabio gusta le asperità dure dei Pirenei cavalcandole come solo lui sa fare. Ci commuove e incute timore in più di qualche avversario. Per due giorni sente sulle proprie spalle il valore di un giallo speciale e scopre di saper lottare per portarlo un giorno non troppo lontano fino a Parigi. Occorre solo non farsi disarcionare da quelle Alpi tanto note quanto traditrici. Una lezione che va appresa con fatica e sofferenza, lo sa.

In mezzo al gruppo Mikel freme e aspetta un’altra estate, con la speranza di trovare quella fiducia estrema che ancora nessuno ha saputo regalargli. Con sguardo dolce e malinconico, implora nuove possibilità sacrificandosi ancora una volta per il suo capitano, per un secondo di troppo. Un secondo che, se avessi potuto, gli avrei regalato io scalandolo da quelli che mi appartengono, pur di vedere un sorriso spalancarsi sul suo volto.

A Parigi infine c’è Chris, ancora una volta vestito di giallo, come il sole che qualche secolo fa fungeva da appellativo per un re. Chris che ha ricevuto fischi e urla di disprezzo dal pubblico, Chris che fa fatica a piacere persino a me con quel suo apparire freddo e distaccato quando corre, con quella pedalata un po’ sgraziata, diametralmente opposta a quella di Alberto. Ma anche Chris a cui brillano gli occhi di commozione dopo aver vinto il suo quarto Tour, Chris che sorride stringendo con le braccia quasi troppo esili il suo piccolo Kellan: ghiaccio che si scioglie al sole, quello africano che si porta dentro e quello francese che si porta addosso. È per questo che voglio provare a cambiare idea su Froomey. Voglio avere il coraggio di capirlo di più e di fidarmi di lui.

Perciò merci, le Tour, per avermi fatto scoprire – anche se a distanza – le innumerevoli forme di coraggio che possono esistere, comprese quelle che non ho raccontato ma che mi porto dentro. Chissà poi quante ce ne sono ancora da scoprire.

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