Non solo musica, ma sudore e polvere, speranze facili, entusiasmi e lacrime | Pooh, l’ultimo concerto

Il mio 2017 inizia con una marea di pensieri sparsi a cui fatico a trovare un ordine. Tant’è vero che questo post l’ho scritto, cancellato e riscritto almeno una decina di volte. Mi sa, quindi, che lo dovrete accettare così com’è.

Sono rientrata da poco dal mio ultimo viaggio (in ordine di tempo, si intende) e sento forte dentro il mio cervello quel proverbio che dice che chi torna non è mai la stessa persona che è partita. Ed è vero, questa volta più che mai.

Dov’ero? A Bologna, per assistere al concerto che ha messo un punto alla storia del mio gruppo preferito, i Pooh.

Direte che sono troppo giovane perché mi piacciano i Pooh, che sono vecchi, datati, cantano sempre le stesse canzoni ecc. E invece io vi dico che mi hanno fatto saltare e ballare come nessun altro e che sono i primi loro a farlo (anzi, mi stanco prima io). Che, alla faccia dell’etichetta ‘pop’ che gli appiccicano i cruciverba, io scelgo invece quella con su scritto rock. Che con cinquant’anni di carriera alle spalle, dietro a “Piccola Katy” e compagnia, ci sono un sacco di altre canzoni che in tre ore di concerto purtroppo non ci possono stare perché al pubblico va dato soprattutto ciò che più conosce.

Ma sa il cielo quanto pezzi come “Se sai, se puoi, se vuoi”, inserita in quest’ultima tournée, abbiano fatto impazzire noi fan che le aspettavamo da tempo.

Guardandoli lì, sul palco della città che li ha visti nascere nel lontano 1966 e che il 30 dicembre scorso ha fatto da cornice alla loro ultima data, ho ripensato a tutte le sere trascorse in loro compagnia ad ascoltarli e a cantare fino a perdere la voce, ai postumi delle corse sotto al palco (come le ginocchia massacrate dopo più di mezz’ora in ginocchio sopra ad una cassa, a Varese), agli sguardi di intesa e ai sorrisi scambiati ripetutamente con loro, a volte qualche rapidissima stretta di mano, a quei gesti quasi rituali che accompagnano come coreografie alcuni dei pezzi più belli.

Ho realizzato che era l’ultima volta nella mia vita in cui avrei sentito la potenza smisurata di “Parsifal” eseguita da tutti e quattro e che ci sono persone che non la percepiranno mai vibrare nella propria cassa toracica. Mi si è stretto lo stomaco nell’udire le loro voci strozzate dalla commozione e nel vedere i loro occhi lucidi di lacrime. So di averli osservati spesso in silenzio, uno ad uno, immersa in un guazzabuglio di sentimenti fatto di orgoglio, felicità, ammirazione, gratitudine e malinconia.

In questi ultimi mesi ho visto Roby emozionarsi come un bambino cantando e ricordando Valerio e le sue poesie. Ho visto Red non perdere mai la voglia di saltare come un forsennato nonostante il cuore gli abbia fatto uno sgambetto tempo fa. Ho visto Dodi far cantare tutte le sue chitarre portandole fino allo spasimo e Stefano tornare a picchiare sui suoi mille tamburi. Infine ho visto Riccardo affacciarsi con delicatezza sul palco, sempre un po’ incredulo – ma felice – di trovarsi lì insieme ai suoi fratelli Pooh.

Ho detto loro grazie così tante volte – ho perso il conto, ormai – per ogni emozione, per avermi fatto incontrare qualche nuovo amico e soprattutto la sorella che non ho mai avuto. Per tentare, insomma, di restituire loro almeno una minima parte di tutto quanto ho ricevuto dalla loro musica. Eppure so che non basterà mai, perché continuerò comunque a ricevere.

Perché anche se la parola “fine” è già stata scritta, questa storia si lascerà raccontare all’infinito e vi si potrà scoprire sempre una nuova sfumatura, un po’ come accade quando si rilegge il proprio libro preferito.

Grazie per le mie città appassionate, esagerate,
ma col nido comodo di casa mia e gli aeroporti per andare via, se vuoi.
Grazie per la nostra età,
per questi anni di velocità,
per i satelliti e gli amori che son quelli di un milione di anni fa
e poi…
Grazie per le donne libere, compagne colorate e scomode,
e per questa nostra musica,
per chi mi lascia respirare e ridere

e piangere e vivere a modo mio.

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